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lettera al padre VII | la tana del RiCCiO

lettera al padre VII

Padre,

il solo attardarmi al calore del sole mi dà piacere, da quando siamo entrati nella Cittadella senza Sole è la prima volta che posso dedicarmi alle orazioni come si conviene, la grandiosa alba illumina il mio spirito, respiro profondamente per godere appieno della pace conquistata, e inevitabilmente nella mia mente le preghiere si mescolano ai ricordi dell’avventura appena passata, delle gesta, degli sguardi… l’odore del sangue persiste nelle mie narici, riecheggia il ferro contro ferro, immagini di muscoli gonfi nello sforzo, sussurri di parole magiche, occhi vuoti di morti che gridano ammonendo i vivi…

La stanchezza ha avuto la meglio, un volta raccolte le gemme del corpo dell’elementale del fuoco e insaccata l’elsa della mia spada, siamo risaliti nel primo piano e abbiamo riposato nel corridoio che già una volta aveva ospitato il nostro sonno. Il divino ha guarito le piaghe che affliggevano le mie mani, e per fortuna porto sempre con me una mazza pesante, efficace nei momenti del bisogno. Al risveglio noto che Krando indossa una brutta e malmessa armatura di cuoio, probabilmente presa dal cadavere dell’hobgoblin. Senza tante parole ci prepariamo a scendere nuovamente, ma una vista angosciante si presenta ai nostro occhi dall’entrata del livello, corpi straziati e quasi irriconoscibili di goblin giacciono in posizioni che solo la morte apprezza. Con crescente inquietudine fisso i corpi sfatti, carbonizzati, la cui vita è stata tolta in un ultimo tentativo di fuga da quello che il piano secondario doveva essere diventato… un inferno di odio, fuoco e fiamme… le altre tracce ci danno conferma di ciò che temiamo, il fuoco vermiforme a cui abbiamo dato la morte non era il solo della sua razza, i suoi simili adesso cercano vendetta, siamo tutti d’accordo che non ci sarebbe scampo per noi nell’eventuale incontro…

Avanziamo alternando fretta a circospezione, fino alla porta dove è avvenuto il nostro ultimo scontro, lì Aman scassina abilmente un porta, vediamo scale che scendono, le seguiamo e ci troviamo di fronte ad un sacrario, un dragone scolpito nella pietra fa la guardia ad una tomba chiusa da una lastra di pesante pietra, sul terreno, nessuno osa calpestarla, per la prima volta vedo gli occhi di Youar brillare. Fissa avidamente delle piccole sfere luminose incastonate negl’occhi del drago - …fiamme perenni… - sussurra… Intanto Diesa è intenta a decifrare la scritta in draconico sulla tomba, pronunciandola poi distrattamente nella sua lingua originale… Youar la guarda allibito dimentico delle fiamme perenni, una presenza, anzi due, mi fanno avvertire l’ormai familiare formicolio alla base del collo… spiriti non morti fanno la loro comparsa.

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Sento lo sguardo di tutti fissarsi su di me, per ben quattro maledette volte non riesco a concentrarmi abbastanza da riuscire a scacciare le anime dannate. Non riusciamo a trattenere Dagobar, che sperando in chissà quale risultato, attraversa uno degli spiriti, istantaneamente notiamo che qualcosa in lui non va, sembra stanco, privo di forze… Io riesco finalmente a scacciare i maledetti, Aman fruga la stanza fino a trovarne una sezione segreta, dentro due ampolle contenenti qualcosa che sembra fuoco, Yuoar le fa sparire velocemente tra le sue vesti…

Nessuno se la sente di affrontare nel nostro stato il druido reietto e i suoi sgherri, decidiamo di finire di perlustrare il piano, seguiamo la mappa fino a vedere una massiccia porta di granito, non ci sono serrature, non c’è magia o forza che serva. Rinunciamo e proseguiamo fino al lato più a sud, dove secondo la mappa la città vera e propria termina e si apre una caverna naturale, avvicinandoci vediamo dei buchi nel terreno, dappertutto, buchi di circa trenta centimetri, in qualcuno di questi notiamo una calda luce che ci appare subito estremamente sinistra, ci allontaniamo in fretta e furia, nessuno vuole incontrare i compagni dell’elementale le cui viscere teniamo ancora in tasca.

Entriamo quindi con circospezione nel secondo anfratto naturale, sembra abitato, rumore di passi pesanti, una voce quasi familiare si fa sentire - Adesso state tranquilli, papà va a caccia… - due corna di cervo spuntano dall’oscurità, e ad un tratto il tempo sembra tornare indietro. Krando e Dagobar stanno affrontando un grosso bugbear, che estraendo la sua arma mormora qualcosa, suona come un invito ad entrare in pentola senza tante storie… Due topi giganti fanno il loro ingresso in battaglia, gli avversari si affrontano minacciosamente, studiandosi, poi inizia la consueta danza in cui Morte attende famelica il suo tributo, lampi di acciaio nell’oscurità, rumore di carne offesa, sangue e poi l’immancabile tonfo sordo della vita che lascia questo mondo materiale…

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Senza tanti complimenti perquisiamo il cadavere del bugbear, troviamo monete ed armi di semplice fattura, Krando non crede ai suoi occhi, una splendida pelliccia è appesa ad una delle strutture di legno che troviamo in fondo alla grotta, per fortuna riusciamo a dissuaderlo dall’indossare anche le corna di cervo che il bugbear indossava come trofeo di caccia… Adesso non ci rimane altro, davanti a noi c’è solo il druido, origine dei mali che siamo venuti a raddrizzare, saggiamente decidiamo di riposarci, prima di affrontare il nostro destino.

Seguiamo nuovamente la mappa, percorriamo senza incidenti l’intero tragitto, fino ad un cancello, che divide noi da uno splendido eppur sinistro giardino, di fianco al cancello una massiccia porta di legno. Aman è già all’opera ma girandosi verso di noi scuote deluso la testa, Dagobar e Krando si lanciano istantaneamente sul povero legno frantumandolo e producendo un rumore che come un boato riecheggia nelle profondità della cittadella… All’interno vari scaffali ricchi di pergamene, percepisco il magico da alcune di loro… Dagobar ha un’espressione corrucciata, alcune pergamene sembrano essere state spostate, insiste nel cercare un possibile passaggio segreto, ma senza successo, arraffiamo quello che ci sembra più valido e varchiamo la soglia del cancello, sicuri che il nostro arrivo è atteso ormai da lungo tempo… In uno spiazzo libero dalla vegetazione vediamo un nero tronco, secco come la mano di un morto che si tende verso il celo in un ultimo spasmo di dolore, al fianco del quale tre figure ci fissano imperturbabili.

- Se avete l’intelligenza per capire la meraviglia che qui ha preso forma, unitevi a noi nella gioia di questa immacolata bellezza, o andatevene da questi luoghi per non fare mai più ritorno! - ci apostrofa il più anziano dei tre.

- Di cosa parli vecchio!? – risponde Dagobar di rimando - Qual è questa immonda bellezza di cui stai blaterando !?

Un lampo di follia illumina il volto del druido, dice di chiamarsi Belak, è stato scacciato dalla sua confraternita per via degli esperimenti che conduceva, ritenuti un insulto a Natura

- Sono solo degli stolti arroganti! Non possono capire la grandiosità del frutto delle fatiche di una vita!

Ci spiega sempre più esaltato che ha trovato l’albero nero che è morto eppur vive, vite fa un maestro vampiro è stato ucciso ed impalato proprio qui, ma il legno del paletto usato era ancora vivo ed ha assorbito crescendo la non-vita del vampiro, diventando quello che è ora.

- Il perfezionamento di ciò che Natura ha creato! - starnazza Belak con il volto quasi sfigurato dalla follia…

Diesa lo intima a liberare le due persone che gli sono a fianco, ma il druido risponde che ormai esse appartengono all’albero e non sono più le persone di un tempo…

- E per questo morirai - taglia corto Krando interrompendo il suo sproloquio.

L’azione non lascia spazio alla pietà né alla diplomazia, avvertiamo alle nostre spalle il fruscio ormai familiare, quattro arbusti si avvicinano velocemente alle nostre spalle. Dagobar ci ammonisce sulla pericolosità del druido e della figura femminile al suo fianco - Buttate giù i maghi! - intima a Youar, Diesa e Aman mentre avanza deciso. Intanto io ho già abbattuto il primo arbusto, frecce saettano conficcandosi nel corpo della donna, con un rumore sordo, attutito, e ci rendiamo conto che le due figure accanto a Belak, la donna ed un uomo con una lucente spada, hanno la pelle come corteccia. Belak e la donna lanciano su se stessi degli incantesimi, Krando avanza minaccioso, io proteggo gli altri dagli arbusti, le frecce di Aman e la magia di Diesa raggiungono l’obbiettivo, ad un tratto l’uomo con la spada cade a terra, addormentato, Youar inarca un sopracciglio, sperava di più, ma questo ci da un’opportunità inestimabile, che non possiamo sprecare… Il pensiero tocca probabilmente anche la maga, che muove le mani in una danza quasi ipnotica, una luce, calore, e una palla di fuoco scaturisce dalle sue mani e ci investe con furia, cado in ginocchio, Youar è a terra, non si muove… L’urlo di Dagobar ci risveglia dal panico, non possiamo arrenderci adesso, il druido sembra per la prima volta intimorito, scorgo nel suo sguardo fisso su Krando il disappunto, i suoi incantesimi non hanno fatto presa sul barbaro, che adesso lo sovrasta con la sua enorme ascia. In velocità mi chino e toccando Youar, sento la grazia della vita rifluire in lui, gli arbusti rimasti sono stati bruciati, adesso siamo tutti intorno ai nostri nemici, morte è il nostro verdetto. Il druido sveglia il guerriero prima di cadere sotto i nostri colpi insieme alla maga, Dagobar sbilancia con maestria il guerriero riportandolo a terra e consentendoci una serie di attacchi di opportunità, Youar lo stordisce costringendolo ancora a terra mentre i nostri colpi non si fermano e non gli permettono movimenti, infine, senza neanche essere riuscito a fare una mossa, il possente guerriero si spegne.

Tutti ci rendiamo conto, dal numero di colpi che ci sono voluti ad abbattere il nemico, che questo era non di poco superiore a noi, e forse per questa consapevolezza siamo stati sottovalutati dai nostri avversari… se uno qualsiasi degli incantesimi avesse fatto effetto o se il guerriero avesse avuto la possibilità di affrontaci, non saremmo sopravvissuti allo scontro…

Dopo un sospiro di sollievo, come consuetudine frughiamo tra le vesti dei cadaveri, il guerriero porta con se un simbolo sacro, è il paladino che stavamo cercando, e probabilmente la spada che usa è quella che la dama elfica reclamava… I conti non tornano, richiamo l’attenzione degli altri sul fatto che la dama parlava di un paladino e suo fratello, il fratello portava la spada, non il paladino… cerchiamo nella vegetazione e troviamo il cadavere di un elfo… adesso ci siamo, Aman è già pronto per andar via, io voglio estirpare definitivamente l’albero maledetto, mi rendo conto solo adesso che non siamo riusciti a scoprire l’origine dei frutti maligni… Dagobar è d’accordo con me, si avvicina all’albero nonostante le proteste di tutti, io resto a guardare… alza il falcione ma non cala il colpo, non muove un muscolo, abbassa l’arma e ritorna verso di noi senza dire una parola. Capisco che l’albero rappresenta una forza ben al di là delle nostre possibilità, ci carichiamo i cadaveri e ci avviamo in tutta fretta verso l’esterno, il giorno, la libera aria, finalmente, la luce del sole…

Assam Ibomz

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