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lettera al padre VIII | la tana del RiCCiO

lettera al padre VIII

Padre,

mentre scrivo questa lettera, guardo la spada della nostra famiglia, più bella e lucente di quanto memoria possa affermare. Una pietra preziosa azzurra, incastonata nel centro dell’elsa, testimonia le gesta mie e dei miei compagni… questo è il pegno con cui entro di diritto nella fratellanza, ormai non sono più un novellino, ho ricevuto il battesimo del sangue, del fuoco e dell’orrore. Come i miei compagni, avverto chiaramente il cambiamento in noi dato dall’esperienza, qualcosa che non può essere semplicemente messo da parte per tornare alla nostra vecchia vita, così argomenta Dagobar mentre ci incamminiamo di nuovo verso la Cittadella senza Sole, torniamo ad affrontare il drago bianco che ancora fa della cittadella il suo regno, ma partiamo dal principio…

Una volta abbattuti il druido e i suoi compari tornammo senza problemi a Collequercia, nel tragitto io e Krando discutemmo sul destino della spada che la dama elfica aveva richiesto. Io non ero disposto a rompere la parola data, Dagobar era d’accordo con me, Krando insisteva nel tenerla, agli altri la questione non interessava… la spada è sicuramente magica e di sicuro servirà più a noi che appesa come ricordo nella casa di nobili, esponeva Krando con evidente soddisfazione per aver trovato un argomento così acuto, ed in effetti questo convinse Dagobar, ma non me. Ero altresì convinto che sia io che il mezz’orco non ci saremmo mossi dalla nostra posizione, così ci giocammo il destino della spada a PoKenJan, onde evitare di andare avanti nella discussione in eterno, o peggio, e quindi dovetti mio malgrado vedere Krando sventolare all’aria il suo nuovo strumento di morte.

Arrivati a Collequercia, andammo direttamente dall’elfa consegnandole i cadaveri del paladino e di suo fratello, ritirati i soldi della ricompensa la lasciammo con discrezione piangere i suoi morti, io mi recai quindi dal sindaco e raccontati brevemente i fatti lo esortai a bruciare gli arbusti rimasti in paese e ad avvertire del freddo pericolo che ancora incombeva nella cittadella i suoi concittadini. Mentre pronunciavo queste parole mi resi conto di quando difficili fossero da credere, ma il sindaco diede subito ordine di bruciare gli arbusti e fece portar via i cadaveri del druido e della maga, dicendo che anche loro avrebbero ricevuto degna sepoltura, quindi, si congedò con alcune parole di circostanza.

Alla locanda sentimmo molti occhi scrutarci, ma nessuno osò interpellarci vedendo le nostre facce truci segnate da un’evidente voglia di essere lasciati in pace a riposare. Il mattino seguente una calda sorpresa si presentò ai nostri occhi, il sindaco si era fatto sentire e adesso venivamo accolti come i salvatori del paese, Dagobar non credeva ai propri occhi, finalmente poteva raccontare tutte le storie che voleva senza essere preso per ubriacone, l’oste ci disse che saremmo stati suoi ospiti fino a quando lo desideravamo, non riuscii a decifrare l’espressione sui due elfi, era divertimento per tutto quel clamore o fastidio per aver attirato così tanta attenzione?

Restammo a Collequercia per qualche settimana, tempo in cui ci rimettemmo in salute e spendemmo una parte delle nostre ricchezze. Andai dal fabbro del villaggio, un nano di indubbia esperienza, e mi accordai con lui per forgiare nuovamente lo spadone di famiglia, incastonando al centro dell’elsa una delle pietre del corpo dell’elementale. Un fremito mi colse quando alla fine il nano me la consegnò, splendente, insieme ad un piccolo contenitore, dentro ad esso un panno ed un unguento con cui avrei dovuto lucidare la spada dopo ogni combattimento, così da mantenerla lucida e spendente, più un guanto speciale che impedirebbe all’arma di volare via in caso di colpo maldestro… Così, padre mio, ho adempiuto al patto che ha legato la nostra famiglia con la nostra chiesa, adesso toccherà a mio figlio ereditare la spada e onorarla con il ricavato delle sue gesta… Mentre tornavo alla locanda vidi il nano chiudere bottega, immagino che l’oro che ho versato nelle sue tasche gli permetta di vivere degnamente per un pezzo…

Alla locanda trovai i miei compagni confabulare, il paese era troppo piccolo e non ci permetteva di acquistare quegli strumenti che alcuni di noi bramavano… L’oste, sentendoci, disse che sarebbe partita una carovana per una grossa città, tre giorni di viaggio, lì il mercato più fornito e famoso del territorio avrebbe sicuramente fornito un ottimo pretesto per finire di spendere il nostro denaro. Così ci accordammo con il fabbro nano, a capo della spedizione, per una piccola ricompensa come mercenari in difesa della carovana, il nano ci avvertì dei disordini che ogni tanto scuotono il mercato, essendo molto ricco è da poco l’oggetto della disputa di due fazioni che ne reclamano il controllo. Il viaggio fu tranquillo, direi quasi noioso, e per far passare il tempo io e Krando ci allenavamo nell’utilizzo delle nuove arti che con l’esperienza avevamo acquisito, fui più veloce di lui e toccandolo con un rapido gesto della mano lo immobilizzai, avvicinandogli la lama dello spadone dissi sorridendo - sei morto. - Passata l’influenza dell’incantesimo, Krando, con un broncio inequivocabile mugugnò – Ancora - era chiaro che ormai eravamo così potenti che chiunque fosse stato il più veloce avrebbe in un sol colpo abbattuto l’altro… Il secondo giorno la monotonia fu interrotta dal passaggio a grande altezza nel cielo di un drago - Drago rosso - disse Youar grazie alla vista acuta della sua razza - uno dei più maligni - aggiunse… Il terzo giorno, ormai in vista della città, colsi un guizzo negli occhi di Aman, cupidigia, e mi ritrovai a sperare di non trovarmi mai nella situazione di dover scegliere tra lui e le vittime infuriate del suo ladrare.

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Arrivati al mercato fummo finalmente in grado di soddisfare le nostre esigenze: far riconoscere gli oggetti magici recuperati nella cittadella, vendere il vendibile e acquistare armi e armature perfette, pozioni di guarigione e quant’altro… in un pomeriggio spendemmo quasi tutto il nostro capitale ma in modo del tutto soddisfacente, e arrivò quindi il momento di decidere il dafarsi. Erano tutti d’accordo sul ritornare alla Cittadella senza Sole e porre fine alla vita del piccolo drago bianco che ci aveva così insopportabilmente schernito, Aman era il più fervente sostenitore di questa proposta, ma era chiaro che il suo pensiero era del tutto catturato dalla chiave che apriva la porta della stanza del tesoro… “Oro” dicevano i suoi occhi. Io ero l’unico ad opporre un minimo di resistenza all’idea, l’immagine del drago che con un sol colpo abbatteva Krando permaneva nella mia memoria, inoltre non avevamo uno straccio di piano su come poter contrastare il drago in un ambiente a lui congeniale, il salone buio come la notte in cui può svolazzare ed evitare a piacimento tutti i nostri colpi…

Dopo infinite discussioni ci decidemmo ad acquistare una robusta rete di acciaio con tutti gli attrezzi necessari a fissarla saldamente, larga abbastanza da bloccare una delle due entrate del salone, l’idea era semplice ma efficace, bloccare una delle due entrate, illuminare con la magia il salone ed entrare dall’altra entrata, le pregiate frecce che Aman aveva comprato e il suo nuovo arco avrebbero agito egregiamente se il drago si fosse alzato in volo.

A.