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lettera al padre IX | la tana del RiCCiO

lettera al padre IX

È buio intorno a me, un nero di pece, solido, ricopre la notte e da esso fluisce senza sosta il sangue… io non riesco a fermarlo, prego, ma nulla esiste al di là della mia solitudine… sono pervaso da un’eccitazione quasi sessuale, perversa, malsana, che mi inebria i sensi e mi ottenebra la mente, sono posseduto, con violenza attratto da lui, non cerco scampo, non c’è più scampo…

Mi sveglio in piena notte… a stento trattengo l’urlo che mi lacera lo spirito, fisso il volto di un teschio, ancora una volta mi guardo intorno sgomento, realizzo che il teschio è solo uno degli orecchini di Krando, dorme a fianco a me… c’è il fuoco, caldo, percepisco il respiro del sonno tranquillo degli altri, un rumore, fra i rami di un albero, scorgo Aman che mi osserva, sta facendo la guardia, voleva che lo vedessi, il messaggio è evidente: ti tengo d’occhio, non mi fido di te… provo rabbia, rancore… ma alla fine gratitudine, in fondo sono ancora vivo solo grazie a loro, potevano scappare dall’incubo in cui ero imprigionato, abbandonarmi nella mia solitudine, dentro l’albero nero…

Avevamo deciso quindi di tornare nella Cittadella senza Sole, ad uccidere il cucciolo di drago e finire di esplorare l’esplorabile. La notte del secondo dei tre giorni di viaggio che ci separavano dal nostro obiettivo fui svegliato da Aman, mi alzai in piedi, nella linea che demarcava la lotta tra la notte e luce del nostro fuoco scorsi delle ombre. Tre grossi lupi si muovevano inquieti, mi stropicciai gli occhi, i lupi adesso erano sei… mollai un calcio a Krando e urlai per svegliare gli altri, i lupi ancora ci circondavano, non riuscivo a determinarne il numero… Aman aveva già cominciato a bersagliare i lupi con le frecce, castai Luce su un sasso e lo gettai dove mi sembrava maggiore il numero dei nostri avversari. Subito mi colpì la simmetria delle figure che stavamo affrontando, sempre in coppia quelli che a prima vista mi sembravano lupi avevano l’allarmante caratteristica di eseguire con precisione gli stessi movimenti, le frecce scagliate con precisione da Aman affondavano nella neve senza toccarli… I miei pensieri furono interrotti da un calore improvviso, Diesa stava comandando una sfera infuocata contro i lupi, trasformando il nostro campo in una pozza di fango. Fummo attaccati ed attaccammo a nostra volta, Dagobar falciava l’aria, la sua idea di guardare le impronte delle bestie non aveva dato buoni risultati. Da una delle due immagini che attaccavano Aman spuntava la freccia che lo aveva colpito, ad un tratto la figura senza freccia sparì mentre l’altra divenne un goblin… eravamo sempre più confusi, ma questo non ci impedì di dedicarci con risolutezza all’unico obbiettivo sensato, sterminare i nostri nemici… Alla fine i cadaveri di tre bestie immonde giacevano straziati nel fango, la loro abilità magica non era bastata a garantirgli il lauto pasto che avrebbero consumato in caso di vittoria…

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Arrivammo senza altri incidenti alla Cittadella senza Sole, e senza difficoltà ci inoltrammo fino al corridoio che dava nel salone dove l’ultima volta avevamo visto il drago. Qui una brutta sorpresa ci aspettava, l’intero pavimento era stato congelato, muoverci su di esso sarebbe stato rischioso, fare movimenti bruschi avrebbe significato la morte… Sistemammo il più velocemente possibile la rete di acciaio alla prima entrata del salone, i colpi per far penetrare i picchetti nelle pareti rimbombavano inquietanti, ma del drago nessun segno. Castai Luce sulla rete e ci dirigemmo velocemente alla seconda entrata, qui Youar castò Luce su tre frecce e Aman le scagliò sulle colonne del salone… Uno spettacolo scoraggiante si presentò ai nostri occhi, il ghiaccio ricopriva tutto, castai su me stesso protezione dagli elementi ed avanzammo con circospezione. Aman continuava a rivolgere il suo sguardo all’indietro, verso la figura del drago con in bocca la chiave, intravedemmo un cumulo di cadaveri di animali ed oggetti vari congelati accatastati su una parete… in nostra assenza la bestia malefica si era data da fare… rumori indistinti ci fecero presupporre che il drago stesse avanzando… e ad un tratto il suo ghigno spuntò dalle tenebre.

Una sfera di fuoco proruppe dal nulla, ma Diesa non la diresse sul drago, besì facendole comporre dei cerchi concentrici sciolse il ghiaccio intorno a noi, frecce e magie elfiche intonarono il loro canto, io invocai l’aiuto di colui che servo e subito sopra il drago uno spadone spirituale si materializzo e cominciò a colpirlo… Con odio il drago si diresse sputando gelo verso Dagobar che gli fece assaggiare il suo falcione, libratosi quindi in aria puntò Krando che con furbizia si era diretto verso il cumulo gelato sulla parete e aveva cominciato a spaccare tutto inveendo e insultando il drago… Folle di rabbia, questo si scagliò contro Krando, ma fu costretto a posarsi a terra per poter raggiungere il mezz’orco che si era infilato nel cumulo… povero stolto, l’avidità gli aveva fatto rinunciare all’unica sua salvezza, il volo… Ci dirigemmo senza esitare verso il drago appiedato, anche se lì il ghiaccio ancora persisteva, rivolsi di nuovo il mio pensiero verso Lui e Lui mi benedì concedendomi una forza straordinaria, il drago stava guardando la morte in faccia… ma bastò Spezzapunte, la spada che Krando aveva tenuto della dama elfica, ad abbatterlo… Rimasi a bocca aperta, Youar quasi annoiato disse - Ve l’avevo detto, era solo un cucciolo… - mentre Krando sorridendo faceva bella posa di sé con il cadavere del drago caricato sulla schiena…

Dovemmo trattenere Aman che si era letteralmente lanciato a prendere la chiave dalla bocca del drago di pietra, Youar aveva percepito magia, ma alla fine la chiave fu estratta senza difficoltà, recuperammo la rete di acciaio e ci dirigemmo verso la parte ancora inesplorata della Cittadella senza Sole.

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Nessun rumore a testimoniare un qualsiasi meccanismo in movimento, solo il fruscio della polvere spodestata dalle sue conquiste, la porta finalmente aperta mostrò la stanza tanto agognata, piccola e immacolata, attendeva i passi degli avventurieri da molto, molto tempo… Una sfera di un materiale simile al vetro pazientava su un piedistallo vicino la parete alla nostra destra, una porta opposta alla nostra ci sfidava ad attraversare la stanza… Aman non perse tempo, una volta accertata la mancanza di trappole attraversò la stanza con una fretta che solo la sua lunga attesa poteva giustificare. La sfera si illuminò istantaneamente, i lineamenti contratti del ladro ci fecero temere il peggio, un suono, una melodia corteggiava le nostre menti partendo dalla sfera, avanzò ancora pochi passi, caparbio, ma ad un tratto la tensione si trasformò in una smorfia di terrore. Urlando come un ossesso Aman scappo nella direzione opposta alla quale stava procedendo, fino a che l’oscurità non lo inghiottì, mentre la sfera si acquietava nuovamente.

Ci guardammo dubbiosi, dopo poco Aman tornò da noi, inutile e rischioso commentare, provammo ad attraversare la stanza sul lato opposto, la sfera non diede segno di attività. La stanza era solo un’anticamera, armature complete facevano bella mostra di sé, aprimmo facilmente la seconda porta e ci trovammo di fronte ad un’altra stanza, del tutto simile alla prima, solo più lunga, questa volta tre sfere, di cui due spaccate, attendevano gli avventati. Sempre stretti alla parete opposta, attraversammo anche questa stanza fino ad arrivare al muro opposto, qui Youar lesse per noi un’incisione, un indovinello a cui risposi quasi senza pensare - le stelle - l’elfo pronunciò la soluzione nella lingua dei draghi e la parete si spostò di lato, rivelando un fossato abbastanza profondo da non permetterci di vederne il fondo. Un’enorme e oscuro sarcofago, con la sua imponenza troneggiava sul resto, le sue fattezze a immagine di drago e le sue dimensioni sembravano mettere in discussione qualunque risolutezza ci avesse fatto arrivare fino ad esso.

Aman e Youar, con l’agilità tipica della loro razza, attraversarono il fossato, una scritta indicava che lì giaceva “un sacerdote che aveva tradito l’ordine, seppellito vivo non aveva perso i suoi privilegi”. Un’ombra interruppe lo studio del sarcofago, si presentò a noi e poi scomparve, colpendo i miei compagni con cattiveria e precisione. Non avevo avvertito il solito formicolio alla base del collo, quell’entità non proveniva dal regno dell’oblio, Youar confermò i miei sospetti avvertendoci - Un demone! - E il demone colpì, protetto dalla sua invisibilità. Krando era già balzato nella stanza del sarcofago, ma i suoi numerosi fendenti non ottennero il risultato sperato, per un attimo il demone ritornò visibile e quell’attimo mi bastò per lanciare Paura in sua direzione, sfortunatamente senza effetti, di rimando scorsi negli occhi infuocati del demone una malignità senza eguali, profonda ed infinita, un brivido mi scosse profondamente e senza accorgermene fui sotto l’influsso della Paura che esso aveva lanciato su di me… scappai in preda al panico il più lontano possibile.

Quando finalmente mi ripresi tornai nel luogo della battaglia, qui un sospiro di sollievo mi scivolò dolcemente fra le labbra, tutti i miei compagni erano in piedi, un po’ malconci ma in piedi, Krando si lamentava di aver rovinato la sua pelliccia, l’aveva usata per ricoprire il demone in modo da visualizzarlo… non potei fare a meno di sorridere…

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Facilmente Aman scoprì un passaggio segreto nella stanza del sarcofago, questo dopo un breve tunnel si ricongiungeva con la stanza separata dal fossato. Io insistevo sulla possibilità di Consacrare l’area, in modo da prevenire una possibile evocazione di qualsiasi cosa si trovasse all’interno dell’enorme sarcofago… ma nonostante le sue dimensioni inquietassero tutti, i lucchetti furono aperti senza indugio. Un movimento nell’ombra cupa al suo interno, con fragore il pesante e massiccio coperchio venne spostato come foglia, eravamo tutti pronti ad affrontare il nemico, ma non questo, stupiti guardammo l’essere che ci fronteggiava. Un grosso e brutto troll si dondolava fissandoci, flettendo le enormi braccia minacciosamente. Era chiaro a tutti che non si sarebbe fermato finché morte non avesse avuto il suo tributo, e così fu, i terribili colpi del troll erano sì potenti e terribili, ma troppo lenti, mentre i nostri affondavano nel suo corpo legnoso con cadenza regolare, fino ad abbatterlo impietosamente e bruciarlo poi con chissà quale intruglio spuntato dalle vesti di Youar.

L’unico segno visibile si trovava nella parte interna del coperchio del sarcofago, graffiato più e più volte, ma nessuno che ci potesse far capire come il troll potesse trovarsi all’interno della tomba del sacerdote dell’ordine… Rovistammo coscienziosamente il suo interno e recuperammo denaro, un anello, due braccialetti, un amuleto ed un mantello, i praticanti dell’arte magica decretarono senza indugio, gli oggetti sono magici.

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Adesso nulla e nessuno poteva frenare la curiosità degli elfi, ci spostammo fino alla fontana con incise le parole “e che morte sia” e Diesa le pronunciò nella lingua madre, un rumore sordo proruppe dalle tubature, acqua cristallina fece capolino copiosamente dalla fontana, senza che potessimo prevenire la sua mossa Krando bevve a grosse sorsate, poi soddisfatto disse - buona! Provammo a ripetere le parole ma il flusso non si interruppe, passammo quindi alla seconda fontana, qui le stesse parole incise nella prima erano comparse, attivata, anche da questa sgorgò un flusso continuo di acqua pura, questa volta molto più impetuoso… Ci accorgemmo che piano piano l’acqua, riempita la fontana, traboccava a terra, incessantemente… le parole incise presero il loro significato, avevamo decretato la fine della Cittadella senza Sole, con il dovuto tempo sarebbe stata del tutto sommersa.

La comprensione della verità non ci scompose più di tanto, era ovvio che il tempo necessario all’inondazione era più che sufficiente per finire i nostri comodi e andarcene indisturbati, anzi, dovemmo ancora una volta convincere Krando a non scoperchiare il barile da cui con ogni probabilità proveniva l’acqua… Ma un altro errore aprì le sue fauci e mi inghiottì, esaltati dalle nostre facili vittorie ci considerammo potenti al punto da poter abbattere il malefico albero nero, che ancora attendeva le sue vittime al secondo livello della cittadella, e le vittime come mosche corsero fiduciose nella tela che il ragno aveva tessuto per anni, vite, ere… Arrivati nel giardino in cui l’albero nero affondava le sue radici, discutemmo il piano, ma Dagobar senza esitare si avvicinò all’albero con l’intenzione di abbatterlo con il falcione. A poca distanza da esso la sua espressione cambiò istantaneamente, un sorriso estatico fece capolino sul suo viso, gli occhi rapiti stavano adorando l’albero, abbassata l’arma avanzò con abbandono verso di esso. Fui il primo ad accorgermene, comunque il primo ad agire, mi lanciai verso Dagobar con l’intenzione di strattonarlo via, ma la voce dell’albero si fece sentire - Unisciti a me - e fu la mia fine…

non voglio scrivere, né ricordare oltre…

dirò solo che l’albero nero ha versato in terra tutto il suo sangue e non è più una minaccia, ma prima, io fui assimilato da esso e solo grazie al mio simbolo sacro e alla fedeltà dei miei compagni, adesso sono qui che scrivo queste parole di sconforto. L’albero nero ha assorbito parte del mio vigore, lasciandomi in dono una pelle coriacea, come corteccia, molto più resistente della più resistente delle pelli umane. Ma cosa più terribile, ha infestato i miei giorni di pensieri che parlano di morte, le mie notti con incubi di sangue…

A.