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lettera al padre XV | la tana del RiCCiO

lettera al padre XV

Dagobar richiama la nostra attenzione sulla battaglia ancora in corso, il mago sul campanile è stato abbattuto da Aman, quello che è rimasto fissa per un attimo l’orizzonte e decide di buttarsi giù per poi scappare, io e Dagobar abbattiamo i nostri ultimi avversari con spietata determinazione, Youar e Aman sono già scesi è stanno procedendo in nostra direzione. Dredèn ci raggiunge velocemente e porta l’andatura del cavallo a stare al passo con noi, non c’è tempo per le spiegazioni, Brindinford è caduta, ma conosce un passaggio sotto al tempio di Heironeous che ci permetterà di fuggire… Impossibile non notare la sua aria stanca e affaticata, sembra soffrire di un male interno, il suo destriero è ferito e sanguina in vari punti, un alone, come una nebbia malefica, aleggia intorno a Dredén…

Corriamo a perdifiato, ad un tratto una luce, una colonna di luce come ad unire cielo e terra esplode dal tempio di Pelor, strane figure si agitano intorno ad essa, un gelido brivido mi percorre la schiena, sembrano spiriti senza pace, anime dannate… non c’è tempo per indagare, varcata la porta del tempio di Heironeous Dredén sembra risollevarsi, ci chiede un istante di sosta, sosta che siamo ben contenti di concedergli.

Mi prodigo per i miei compagni e dopo poco Dredén comincia a parlare sommessamente, come a se stesso, è riuscito ad anticipare colui da cui sta scappando e che adesso ci insegue, ha rubato l’oggetto che un chierico oscuro cerca da tempo, la potenza del chierico è enorme grazie anche all’esercito di non morti che ha creato e che comanda… l’oggetto che Dredén ha rubato e che gli procura enorme sofferenza non deve cadere nelle mani sbagliate, è il compito della sua vita. Si alza, accarezza con affetto il suo cavallo che sembra stare meglio, estrae un manto nero da una delle sacche di cuoio legate al cavallo, lo distende sopra di esso pronunciando sottovoce parole arcane e il cavallo d’un colpo scompare. Lo fissiamo stupiti, lui ricambia lo sguardo, ci indica un vano in un mobiletto di legno, dentro troviamo delle pozioni di cura ferite. Mi concentro per carpire la natura del nostro strano salvatore, sento la determinazione della Legge in lui, la forza di un Paladino del Bene, ma sono comunque turbato, il potere maligno che da lui si sprigiona è forte ed amplifica le voci nella mia testa che urlano di morte e sangue. Gli dico di stare il più lontano possibile da me.

Dredén si sposta, dice a Dagobar di smuovere l’altare dal suo piedistallo, sotto, un oscuro passaggio ci attende.

potete scegliere – afferma – non posso dirvi cosa troveremo qui sotto, ma di sicuro ci sarà da combattere, questo tunnel attraversa per giorni il sottosuolo e sbuca ai piedi di una cittadina, potete venire con me o tentare di scavalcare le mura della città sperando di non essere visti.

Il pensiero è comune, Diesa è rimasta in città con la nana artigiana, lo diciamo a Dredén che sorride:

la vecchia sa il fatto suo – dice – se è ancora viva, la vostra amica non ha bisogno di voi, altrimenti, non potete più aiutarla.

Interrogato sulla natura dell’oggetto che sta portando, Dredén spiega che legata alla sua cintura, rinchiusa in un piccolo scrigno che la obbliga in un’altra dimensione, c’è la pietra dei lamenti. Questo ricettacolo di forza maligna, seppur costretta in un altro piano di esistenza, risucchia la vita del suo portatore così come risucchia l’aria circostante, ed influenza potenziandola a dismisura ogni manifestazione del male. Il tunnel termina ai piedi di Attif, un piccolo e pacifico paesetto, da lì proseguiremo per altre tre settimane di viaggio fino alla città di Ossington, e poi ancora avanti fino al Bastione delle Anime, qui dovremo chiedere di uno dei pochi sapienti che ancora vivono che forse conosce il modo per distruggere la pietra.

Mentre ci dice tutto questo Dredén scruta ad uno ad uno i nostri volti, la domanda è chiara anche se non è stata pronunciata, siamo disposti a compiere l’impresa?

Per la prima volta da quando lo abbiamo incontrato Aman prende la parola:

cosa ci guadagnamo? – chiede

se è fama e fortuna, gloria, che state cercando, li troverete – è la risposta.

Scendiamo nel buio pesto del tunnel, umido, tortuoso, i nostri passi vengono raccolti e amplificati dalla volta che ci sovrasta, quasi senza pensare mi rendo conto che siamo in un immenso, sterminato sepolcro. Dagobar estrae una torcia dalla sua sacca ma viene ammonito da Dredén, – meglio non attirare l’attenzione qui sotto. – Avanziamo guidati da Dredén che evidentemente conosce il posto, Krando, l’unico con scurovisione, chiude la fila. Dopo circa un’ora di marcia un rumore preannuncia l’arrivo di qualche creatura, come in un ticchettio frenetico, secche zampe acuminate scalfiscono il terreno, Dredén fa segno di preparasi allo scontro, Dagobar accende la torcia e la getta a terra. Li vediamo, enormi ragni ripugnanti, con due protuberanze simili a braccia umanoidi ai lati delle orrende fauci, ci attaccano cariche di odio. Dredén, come in un atto religioso, estrae dalle fodere due spade e si lancia all’attacco. Assistiamo ad uno spettacolo di pura arte guerriera, le lame guizzano come se avessero volontà propria, amputando e uccidendo il primo sventurato mostro ad una velocità impressionante. Noi non rimaniamo indietro e, con la solita metodica precisione, diamo un valido supporto al Paladino con lo stemma delle due spade incrociate. Abbattuto l’ultimo mostro Dredén rinfodera le spade e ci fa i suoi complimenti, è sincero, non ironico, ma non posso fare a meno di pensare che con facilità avrebbe potuto sistemare la faccenda da solo.

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Avanziamo ancora fino ad un punto in cui il diametro del tunnel diminuisce, strane ombre simili eppur differenti da stalattiti pendono dall’alto, ci avviciniamo ma appena entrati nel raggio della loro portata veniamo attaccati, come avvoltoi tentano di artigliarci. Krando viene sollevato per essere avvicinato a una delle molteplici fauci che si sono aperte sopra di noi, non è un problema per il mezz’orco strappare con ferocia le membra che l’hanno artigliato e ricadere a terra.

Estinti i nostri assalitori noto nuovamente che il numero di cadaveri intorno a Dredén è pari se non superiore alla somma dei nostri, prima di avanzare gli esprimo i miei dubbi:

perché un guerriero con abilità tali richiede il nostro aiuto ? – chiedo

la pietra dei lamenti deve essere portata al Bastione delle Anime, – dice Dredén – ma non posso essere io a compiere questa missione, mi conoscono e mi stanno già cercando, è troppo pericoloso; inoltre il mio compito è un altro, altre due pietre dello stesso tipo devono essere recuperate, quando arriveremo ad Attif ci divideremo, uno di voi porterà la pietra.

Non era il caso di dircelo prima? – lo interrompe Youar – e chi di noi sarà il fortunato portatore? Come farà a sopportare il risucchio continuo di vita?–

Quando arriverà il momento tutto sarà chiarito – risponde Dredén.

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Avanzammo ancora, fino a che io perdetti il conto delle ore passate a camminare nell’oscurità, e finalmente potemmo riposarci. Mi buttai stravolto a terra e le tenebra furono su di me. Le voci nei miei sogni adesso non erano più solo sussurri maligni e menzogneri, ma urla forti e selvagge che gridavano la loro sete di sangue e potere, uno strattone mi svegliò da quel incubo di morte, qualcosa di affilato e freddo premeva sulla mia gola, una voce calma ma ferrea mi invitava a gettare la spada. Ero in piedi, con la spada sguainata pronto a uccidere i miei compagni, riconobbi la voce di Dredén, che dietro di me puntava un coltello alla mia gola, le voci continuavano a urlare come impazzite e mi resi conto che ero io ad urlare, gettai la spada e tornai sul mio giaciglio. Adesso tutto era chiaro, la pietra dei lamenti si era intromessa nei miei sogni e aveva fatto leva sulla parte che ancora marcia mi legava all’albero nero della Cittadella senza Sole, volevo quella pietra, come mai avevo bramato cosa al mondo. Spiegai balbettando la situazione a Dredén, che mi disse che a Ossington avrei trovato un circolo di Druidi in grado forse di aiutarmi. Il disprezzo per me stesso fu così forte che piansi disperato fino a che la stanchezza non ebbe la meglio e mi riaddormentai.

A.