warning: array_merge(): Argument #4 is not an array in /opt/hoster/vhosts/riccio.sebastian.it/httpdocs/modules/htmlarea.module on line 164.
lettera al padre XVI | la tana del RiCCiO

lettera al padre XVI

Al mio risveglio trovai Malasorte a farmi la guardia, gli altri erano già in piedi, era ora di proseguire.

Camminammo per ore nella solita umida oscurità fino a che un verso mostruoso annunciò la venuta di nuovi nemici. Due enormi umanoidi dalla pelle pallida, con sei occhi gialli per ognuno, ci bloccavano la via mostrando una dentatura nera come la morte che prometteva, braccia grosse e robuste come tronchi d’albero vennero lanciate contro di noi, con l’unico scopo di ferire, storpiare, ridurre in brandelli la carne dei folli invasori del loro territorio. Come ormai prassi Dredén fu subito in prima linea, ferro, magia e frecce decretarono la fine delle due terribili creature.

©

Avanzammo ancora e dopo alcune ore un rimbombo di passi pesanti ci fece fermare, l’oscurità cupa tutto intorno a noi cominciava ad abbattere la mia già vacillante forza di volontà, cominciavo a dubitare delle mie effettive capacità. I passi intanto si avvicinavano, sempre più potenti e pesanti, infine un braccio fece capolino dall’angolo del tunnel, grande quanto Krando stesso reggeva un tronco come fosse un bastone. I due giganti ci fissarono in malo modo. Dredén questa volta ci fece segno di arretrare, un solo colpo ben assestato di quei tronchi avrebbe probabilmente decretato la morte per chiunque di noi. Krando, stranamente tranquillo, avanzò senza tener conto dei ripetuti gesti di Dredén e si piazzo spavaldo di fronte ai due giganti. Estraendo d’un colpo entrambe le spade Dredén si avventò su uno dei due giganti con una determinazione degna della sua fama, i suoi movimenti erano troppo veloci per il gigante, che urlando di rabbia e di dolore vide un suo braccio staccarsi e cadere a terra. Il gigante ferito barcollò come ubriaco, stoico non cadde subito, ma l’ondata di dardi e frecce che gli arrivò nell’istante successivo lo abbatté senza pietà alcuna.

©

Krando intanto aveva estratto dalla sacca il fischietto necromantico e lo aveva messo in bocca, un terrore inaudito si impadronì di me, ma prima che qualsiasi avvertimento potesse essere pronunciato, il fiato di Krando aveva già fatto squillare il suono malefico.

Come in un incubo vedemmo Dredén piegarsi in due e cacciare un grido di dolore, un rumore alle nostre spalle, come un terremoto, cominciò a farsi sentire. Il gigante fissò alle nostre spalle e non si mosse. Dredén, pallido in volto, riuscì ad alzarsi, si guardò intorno senza capire, poi vide Krando con il fischietto ancora in bocca:

- mio Dio, che cosa hai fatto… – disse.

Il gigante si mosse, si girò e tentò di scappare dando le spalle a Dredén, questi gli saltò sulle spalle e conficcò entrambe le spade nella schiena del mostro. In un unica mossa, estraendo le spade e facendo leva con le gambe sulle spalle del gigante, Dredén saltò e prima di cadere in terra, troncò quasi di netto la testa del suo avversario. Il gigante si accasciò a terra come una borraccia vuota.

Nessuno aveva osato ancora guardare alle nostre spalle, come se avessimo disturbato un nido di ragni, non v’era un centimetro di terra che non stesse tremando. La pietra dei lamenti aveva potenziato a dismisura il potere del fischietto necromantico, nelle intenzioni di Krando, questo avrebbe dovuto fornirci i servigi di un potentissimo non morto, ma un potere così enorme e così malvagio non poteva essere controllato, un’orda impazzita e assetata di sangue cercava adesso di farsi strada per raggiungere la fonte del potere che li aveva risvegliati.

Di fronte a quella soverchiante minaccia non potemmo che arretrare, la fuga sembrava l’unica soluzione possibile, Dredén non si mosse

- se scappiamo, ciò che abbiamo scatenato seminerà morte e distruzione in ogni dove – disse.

La mia anima era divisa in due, l’innegabile verità delle parole di Dredén mi imponeva di restare e ristabilire l’equilibrio che così maldestramente avevamo distrutto, ma innegabile era anche la follia di quel proposito. Osservai le espressioni dei miei compagni, Aman era cupo in volto, Youar impassibile come sempre, Krando aveva perso la sua aria spavalda, Dagobar mi fissava a sua volta… Una fiamma, nell’oscurità che da giorni albergava nel mio cuore, si accese, l’immagine di un elementale del fuoco che cadeva e moriva sotto i nostri colpi si presentò alla mia memoria, sembravano passate ere intere… fissai assorto la pietra incastonata nella mia spada, quando rialzai lo sguardo Dagobar stava sorridendo, la decisione era stata presa, eravamo tutti d’accordo.

Arretrammo fino a trovare una strettoia da poter difendere senza preoccuparci di attacchi alle nostre spalle, già tre file di una decina di scheletri ognuna stava avanzando verso di noi. Impugnai il mio simbolo sacro e concentrai tutto il mio essere su di esso, fino a sentirne la forza scorrere impetuosa in me, poi d’un colpo scagliai con rabbia la potenza degli dei contro le aberrazioni davanti a noi. Una buona metà della prima fila si spezzò all’istante, gli altri indietreggiarono tentando di passare le retrovie. Mentre mi preparavo a respingere la seconda ondata, gli scheletri che avevo spezzato si ricomposero e tornarono ad avanzare. Non c’era altro da fare che attendere il corpo a corpo, estrassi la mazza e mi preparai al peggio. Come un’onda di morte famelica gli scheletri ci vennero addosso, le nostre armi non producevano il danno sperato e ci costrinsero ad indietreggiare, finalmente Krando ne frantumò uno ma questo subito si ricompose. Nelle retrovie nemiche alcuni scheletri scoppiarono all’improvviso, altri emettendo una forte luce, cominciarono a lanciare dardi incantati e raggi di gelo… più si avvicinavano alla fonte del loro potere e più questo potere si ingigantiva. Nel caos della battaglia gridammo a Dredén di allontanarsi il più possibile, lui esitò un istante, poi si allontanò. Le ultime file di non morti smisero di emettere energia, rincuorati aumentammo con foga i nostri affondi, in un delirio di adrenalina non avevamo il tempo di fermarci a giudicare le nostre scelte, abbattevamo scheletri su scheletri ma questi nello stesso istante si ricomponevano, l’ultima fila riprese ad illuminarsi, quelli della prima fila che stavamo affrontando parevano immortali, richiamammo Dredén indietro, poi, tutto fu caos. Ricordo solo di aver sentito un urlo rabbioso e animalesco, Krando si era lanciato nel mezzo delle file nemiche roteando selvaggiamente la sua ascia, poi caddi anch’io, sotto i colpi di cento braccia scheletriche che mi chiamavano nel loro mondo di eterna dannazione.

A.

©