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tre | la tana del RiCCiO

tre

Rientrò presto al villaggio, per cercare un posto dove passare la notte.

Aveva osservato i margini della foresta, e i campi che si ritenevano danneggiati. C'erano alcuni danni in effetti, ma nessun'impronta di animale... eccetto quelle degli zoccoli dei cavalli di tutti i cacciatori che avevano controllato la zona.

Forse non era un cinghiale... anche se restava dubbio cosa fosse in realtà. Non si era mai visto un unicorno, se non nelle antiche leggende; ma da allora, la magia era stata bandita dal mondo.

Il bosco dove la bestia probabilmente si nascondeva era compatto e piuttosto monocromo, gli alberi assai simili e verdeggianti. Quelli almeno non erano mai rovinati, anzi sembrava respirare più liberamente nel retrocedere del coltivato.

Ci rimuginò sopra mentre sistemava il cavallo nella stalla dell'unica taverna del paese, ed andava a prendere una stanza.

Pagò in anticipo per tre giorni ad un oste che sembrò poco contento di vederlo ma molto rassicurato dal suo denaro. Marek fu soddisfatto di essere riuscito ad accaparrarsi una singola, misera e stretta ma più sicura di stanze multiple.

Sistemò le sue cose, tenendo comunque addosso la maggior parte del denaro e lasciandone poco nella camera, nascosto alla bell'e meglio.

La stanza comune della locanda era uguale a mille altre: piena di odori, affollata e piuttosto rumorosa, fumosa e calda. Era piacevole però rispetto al silenzio dei boschi che aveva visto.

Ascoltarono un bardo, giunto probabilmente per raccattare le loro briciole, che cantava della morte della magia; vista l'assurdità della caccia in cui si erano gettati pochi l'apprezzarono, e fu stornato presto da denaro e minacce sulle romanze di guerra e puttane. Non cantò a lungo, e prima di lasciare la locanda si guardò alle spalle, e con occhi chiari fissi su di loro cantò piano: "Non è morto ciò che può attendere in eterno, e con il passare di strani eoni, anche la morte può morire..."

Non molti notarono quell'attimo, ma l'espressione del semplice cantore vestito d'azzurro lo turbò.

La sensazione -una sfumatura imprecisa tra la paura ed una sorta di euforia verso l'ignoto della foresta- gli rimase incollata addosso in una notte di sogni incerti, e nella mattina.

Alla luce del primo giorno gli alberi erano ancora più vitali, e meno minacciosi, ma gli restava una bassa repulsione per il luogo.

Il suo intento era quello di seguire il contorno del bosco, ma c'erano troppi altri cacciatori che stavano facendo lo stesso; tanti sciacalli in cerca del frutto del lavoro di altri.

Decise che il bosco non era così male, e sperando di trovare presto radure si inoltrò tra gli alberi.

L'incontro non fu sulle prime cordiale: la vegetazione era una stretta compatta; vide da lontano un paio di altri cacciatori dibattersi come lui tra rami caduti e sentieri disconnessi, il cavallo tenuto per le briglie poichè non era possibile cavalcare.

Dopo poco si persero di vista, e rimase solo con i rumori che rieccheggiavano nel silenzio.

Seguiva una sorta di luminosità rarefatta che sembrava giungere da un punto abbastanza in alto, da cui sembravano anche venire rumori piuttosto peculiari. Forse era soltanto una radura più abitata, ma visto che andava cercando un animale piuttosto grosso era possibile che avesse una zona di pascolo, più sicura, anche all'interno del bosco.

Era semplice farsi guidare dai sentieri della foresta: sembravano girare in tondo mentre tutto ad un tratto lo riportavano più vicino alla meta, quando aveva la massima certezza di aver perso definitivamente l'orientamento.

Doveva essere metà mattinata quando sbucò nella radura, e non fu più solo. Un cacciatore tra i più vecchi, un lupo grigio con una cicatrice bianca sul volto, era fermo a guardare. La zona era fiorita, tranquilla. Solo facendo attenzione potè notare vicino ad un albero, alla loro destra, un bambino; probabilmente il figlio di un pastore del luogo. Sembrava piccolo, per essere arrivato fin lì da solo.

Fece per avvicinarvisi, ma non appena si mosse l'uomo lo vide; ringhiò in tono ostile, "L'ho visto prima io".

Marek tornò a voltarsi verso la foresta, che ci fosse veramente qualcosa di importante? Non capiva a cosa l'altro stesse mirando.

Lupo grigio imbracciò l'arco, e con movimenti lenti e calcolati prese una freccia dalla faretra.

Marek rimase fermo, senza fiatare, scrutando per vedere la minaccia a cui l'uomo stava puntando: vista la traiettoria della freccia era dietro al bambino, forse una bestia attirata dal suo odore.

Un lupo? Non certo un orso, i tronchi non l'avrebbero nascosto.

L'altro incoccò, tese l'arco e lasciò andare... un attimo dopo, tuttavia, che il suo cavallo scartasse impercettibilmente.

Videro la freccia librarsi nell'aria ma prima che potesse ricadere il bambino fu in piedi; non sembrava più tanto piccolo, solo un ragazzino particolarmente basso. La freccia intaccò l'albero proprio dove prima si trovava la sua testa.

Si voltò di scatto verso l'uomo, mordendo con sarcasmo: "La mira vacilla, vecchio? Se volevi metterti al posto della belva per uccidere il bambino bastava cercare un'altra Caccia..."

Quello non lo guardò neppure e con fare febbrile cercò un'altra freccia; il bambino prese a muoversi verso di loro, ma era a lui e non ad altro che il vecchio cacciatore stava mirando.

Se ne accorse, la mente in ebollizione: a cosa stava pensando il vecchio?

Il bambino non pareva accorgersi della minaccia: avanzava verso di loro.

"Fermati!" urlò imperiosamente, non sapendo neppure lui se si stava rivolgendo all'uomo o al pupetto. Corse verso di loro, con violenza, e nello stesso momento il bimbo schizzò verso l'alto... un salto impossibile, così veloce che entrambi i cacciatori lo persero per un attimo di vista.

Ricadde accanto a Marek, appena alcuni passi da lui, ma aveva un'altra forma. Era un essere luminoso e compatto, pelo lucido e un corno su di una forma vaga, che l'occhio coglieva solo in parte.

Rimase a guardarlo boccheggiando, senza avere la lucidità necessaria per sguainare la spada; o forse era nel potere dell'animale, visto che neppure Lupo Grigio pareva in grado di muovere un muscolo.

L'unicorno mosse un paio di passi verso di lui, lento e troppo veloce.

Si fermò ad un palmo delle sue dita, guardandolo con occhi espressivi e divertiti. Poteva sentirlo ridere, nella sua mente, un suono argentino e violento come una cascata senza ostacoli.

Poi, gli si gettò contro incornandolo. Non provò dolore, ma la pelle dell'unicorno gli bruciò le mani quando alzò lo prese per allontanarlo.

Urlò forse, non lo sapeva... appena lo toccò l'animale svanì in un fulmine, e rimase a guardarsi negli occhi con l'altro cacciatore, entrambi pallidi come cenci.

Il petto gli bruciava, ma non sentiva ferita.

"Ha visto la figura, è uno di noi!" stridette una voce, che proveniva da un punto fin troppo vicino alle sue spalle. Si voltò, ma non c'era nessuno.

"Ha toccato l'unicorno, il dono è avverato!" rispose un'altra, in un urlo acuto.

"E' compiuto" disse solo un sussurro che sembrò pervadere l'intero bosco, e poi fu il silenzio.

Non osò restare, montò sul cavallo e lo spinse come mai prima di quel momento, rischiando parecchio nel ripercorrere sentieri che aveva liberato dalla maggior parte della vegetazione, ma che restavano dissestati.

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