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tq (RiCCiO 2012) | la tana del RiCCiO

tq (RiCCiO 2012)

La tigre si alzò dal cumulo di cadaveri in cui si era nascosta. La codardia ancora una volta le aveva salvato la vita. Guardò desolata la moltitudine dei suoi compagni caduti in battaglia, gli stendardi rossi divelti dal terreno, le tende bruciate, asce, spade e scudi spezzati come fossero fuscelli. Anche la sua armatura verde smeraldo era inservibile. Impossibile – pensò fra sé – la gloriosa armata orientale spazzata via in meno di dieci minuti. Persino le temibili tigri nere, con le loro doppie asce e quella forza e ferocia brutale, non avevano potuto fare niente per contrastare il nemico. Quel nemico. Anche gli stregoni erano capitolati dopo poco, i poteri occulti con cui controllavano le energie del fuoco, del ghiaccio e del fulmine erano stati inutili, come giocattoli al cospetto degli dei. Sì, divinità, non c’era altra spiegazione.
Da tempo ormai una voce correva nel paese: gli umani avevano scoperto i loro campioni in una terra lontana chiamata Grecia, e da allora nulla era stato in grado di fermarli. Ridevano, lui e i suoi compagni, ai racconti delle gesta inconcepibili di questi esseri. Gli umani erano feccia, non avevano né zanne né artigli e il loro potere sulla natura era effimero. Da anni ormai l’armata orientale, la sua armata, spadroneggiava indisturbata, arrivando persino ad oltrepassare la grande muraglia che gli umani avevano eretto in chissà quali antiche ere. Poi le voci si erano fatte più insistenti, la Grecia era stata liberata e i campioni umani erano arrivati in Egitto dove l’armata dei coccodrilli era caduta nel panico. Nulla, né gli spettri delle piramidi né gli insetti giganti avevano potuto opporre resistenza. Poi fu il turno di Babilonia, poi della vicina Mongolia e adesso il Regno d’Oriente. Le tigri avevano smesso di ridere da un pezzo. Ed era arrivato quel giorno, il corno dall’allarme li aveva trovati pronti e preparati come sempre, ma la loro efficienza era stata sbaragliata in un attimo. Essendo prudentemente nelle retrovie aveva assistito al collasso della sua armata, in una baraonda inimmaginabile il campo si era trasformato in un caos di ruggiti terrorizzati, acciaio che cozzava contro altro acciaio, fuoco e ghiaccio che turbinavano con un frastuono assordante. Alla fine erano arrivati fino a lui. Non poteva credere ai suoi occhi: erano in tre. Solo in tre.
Il primo portava l’armatura e il copricapo tipici della Mongolia, mentre scudo e spada erano chiaramente del Regno d’Oriente. Era circondato da una luminescenza che fungeva da scudo, dalle sue mani si sprigionavano fiamme che rendevano la spada rovente come i sette inferni. Due sfere di fuoco giravano incessantemente intorno a lui incendiando chiunque gli si avvicinasse e una mostruosa creatura di roccia lavica era costantemente al suo fianco, distribuendo morte e sofferenza tra le fila nemiche. Il secondo portava un copricapo e un’armatura irriconoscibili, probabilmente provenienti dalla terra di origine di quell’essere sovrannaturale, la Grecia. Maneggiava un’enorme picca terminante in una lama ricurva e gigantesca. Era circondato da un’aurea verde che lo rendeva intoccabile e si lanciava nel mezzo della mischia ad una velocità non di questo mondo, sbaragliando i nemici come fossero steli d’erba. Un lupo e una ninfa erano sempre al suo fianco, mietendo vittime non meno di lui. Il terzo era una femmina umana, era bardata come i sacerdoti d’Egitto e una sfera fatta di fulmini continuava a ronzargli intorno come fosse un falco ammaestrato. Portava una verga con strani intagli e da essa scaturiva la morte stessa sottoforma di schegge di ghiaccio. Un autentico muro di frammenti di ghiaccio che penetrava tutto ciò che incontrava sulla sua strada. Non c’era armatura o scudo al mondo che potesse resistere a tale violenza.
In meno di dieci minuti questi esseri sovrannaturali avevano decimato il terrore d’oriente, il fiore all’occhiello dell’impero, la sua armata. Poi, come se niente fosse, avevano saccheggiato ogni cadavere, ogni tenda e ogni scrigno su cui avevano posato gli occhi come se da questo dipendesse la loro vita, con una voracità mai vista, rubandosi vicendevolmente il bottino. Ma la cosa più sorprendente erano i nomi con cui si interpellavano a vicenda: Tega, Mallus e Trallalà.
Possibile che gli dei abbiano nomi tanto ridicoli?

ispirato ad una partitella con gli amici a Titan Quest: Immortal Throne