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Volevo solo starmene in pace (RiCCiO 2012) | la tana del RiCCiO

Volevo solo starmene in pace (RiCCiO 2012)

Tommaso aveva lasciato la città. Perché? Fatevi gli affari vostri, ecco perché.
Aveva abbastanza soldi per potersene stare un po' in pace, quindi aveva comprato una casetta in un piccolo e sconosciuto paesino di montagna. Qualche casa, un negozio di generi di prima necessità, una chiesa piuttosto modesta e tanto tanto spazio. Lì il verde faceva a gara con l'azzurro. Praticamente non c'era niente. Perfetto.
La sua casetta aveva il classico tetto spiovente, era sufficientemente grande da essere comoda ma non tanto da richiedere eccessive cure. Era circondata da un fazzoletto di prato e per Tommaso era il posto ideale per sedersi e lasciare la mente vagare. I quieti rumori della vita che scorreva intorno a lui gli davano il senso di tranquillità che cercava.
Il giorno stesso in cui si era trasferito aveva sentito lo sgambettare di un topo nel sottotetto, così aveva comprato una trappola, una scatola con un'unica apertura che si sarebbe richiusa nell'attimo in cui il roditore fosse entrato. Prima di andare a dormire, la posizionò vicino alla dispensa e ci mise dentro un pezzettino di formaggio.
La mattina dopo si alzò presto come tutte le mattine, andò in cucina per prepararsi la colazione e si accorse che la trappola aveva funzionato. Il formaggio non c'era più e al suo posto un topolino tutto agitato non la smetteva di girare su se stesso. Non era brutto come lo aveva immaginato, grosso, nero e spelacchiato, tutto l'opposto, era piccolino, il pelo marrone chiaro e un musetto simpatico. Alla vista della piccola creatura in gabbia, Tommaso sentì la bocca dello stomaco chiudersi. Senza nemmeno riflettere aprì la porticina della gabbia e lo liberò. Il topolino schizzo fuori come un fulmine, precipitandosi verso un piccolo buco dietro ad un mobile, ma prima di infilarvisi si fermò girando il musetto verso Tommaso. Sembrava lo stesse guardando. Un attimo dopo era scomparso.

La mattina seguente fu svegliato da uno strano rumore, si alzò di malavoglia e tutto intontito si diresse verso l'origine di quel fastidioso... grattare, qualcosa stava grattando fuori dall'ingresso principale. Il rumore non era abbastanza forte da preoccupare Tommaso, che preferì comunque guardare dallo spioncino. Niente. Fece per tornare a dormire ma il grattare ricominciò, ancora più insistente di prima. Tommaso aprì la porta. Un gattone dal lucente pelo grigio lo salutò facendo le fusa e alzando la coda, poi, come se niente fosse, si strusciò su una delle gambe di Tommaso ed entrò in casa. - Non ci posso credere – pensò Tommaso e si diresse in cucina, versò un po' di latte in una ciotola e la posò a terra. Il gatto gli diede qualche leccata ma le sue orecchie continuavano a sondare l'ambiente, poi alzò la testa di scatto in direzione di un rumore appena percettibile. Il topo.
- Bene, buon divertimento – disse Tommaso al gatto – io torno a dormire.

Il resto della settimana approfittò del tempo libero per esplorare i boschi circostanti. Non era un esperto per cui si tenne sempre vicino al paese, ma piano piano la bellezza della montagna gli fece dimenticare la prudenza. L'ultimo giorno si addentro in profondità nella macchia, la luce a poco a poco scomparve e l'umidità si fece sempre più penetrante. Iniziava ad avere freddo. Senza sapere perché proseguì ostinato fino a quando il bosco si aprì su un'ampia vallata. Il sole era alto nel cielo e scaldava ogni cosa. Tommaso si tolse i panni umidi e si sedette su una roccia. D'un tratto gli tornò alla mente quello che suo padre, molti anni fa, gli aveva detto: “Il compito principale nella vita di un uomo è di dare alla luce se stesso”. Rise di gusto, la metà delle cose che suo padre diceva non le aveva mai capite. Era un tipo strano, suo padre, ma gli aveva sempre voluto bene.
Tornando a casa osservò da lontano la sua abitazione e notò un oggetto grosso e scuro nel giardino. Era troppo lontano per capire cosa fosse, ma era certo che non era roba sua. L'oggetto si mosse, corse un po' per il giardino e poi tornò ad accucciarsi. Era un cane. Arrivato sulla soglia di casa un grosso cane nero lo accolse scodinzolando allegramente, il pelo era ben curato e aveva al collo un bel collare. Tommaso lo accarezzò cordialmente, entrò in casa, prese due ciotole e le mise sul pianerottolo. Una la riempì di acqua e l'altra di quello che era rimasto del suo pranzo al sacco. Il cane bevve avidamente, poi scattò in giardino correndo dietro a chissà che cosa.
- Il gatto sarà contento – pensò Tommaso – e rientrò in casa.

Passò un mese e Tommaso si abituò sempre più a quella vita un po' strampalata, le camminate in montagna lo avevano irrobustito e abbronzato. La vita all'aria aperta gli aveva certamente giovato. Un pomeriggio, mentre stava placidamente leggendo un libro in soggiorno, sentì il rumore di un'automobile fermarsi di fronte a casa sua, e subito dopo il cane abbaiare esultante. Aprì la porta incuriosito e vide il cane leccare freneticamente la faccia di una donna, che si era inginocchiata per abbracciarlo. Sembrava che la donna stesse piangendo, ma quando le rivolse il suo sguardo un caldo sorriso di gratitudine le illuminò il viso. Disse di essere la padrona del cane, che aveva cercato in lungo e in largo, fino a quando qualcuno le aveva indicato la sua casa. Tommaso si presentò e lei le porse la mano. Era calda e morbida.

Una mattina di un anno dopo, Tommaso si alzò dal letto scollandosi di dosso il gatto, ma prima diede un lungo bacio a Giulia, che ancora insonnolita ricambiò con uno sbuffo. Attraversò il soggiorno e diede un occhio all'esterno dallo spioncino: il cane non ne voleva sapere di dormire nella cuccia che gli aveva costruito e si era intestardito a dormire accucciato davanti alla porta. Andò verso la cameretta e osservò rapito il piccolo frugoletto che dormiva nella culla. D'un tratto gli parve di sentire un lieve zampettare, su nel sottotetto.
- E io che volevo solo starmene un po' in pace – pensò sorridendo Tommaso.